Il mio compagno d’ospedale

Due giorni fa, venerdì 10 gennaio. Lettera di dimissioni, prescrizioni farmaceutiche e di buona condotta, consigli dietetici, tanti auguri. E’ stata una buona esperienza, il letto non perfetto ma moderatamente comodo, soprattutto piacevolissimo il meccanismo di sollevamento testa, gambe o tutto intero, un compagno di stanza straordinario, sia per il buon animo che per il personaggio, un ottantasettenne con un dente solo sul davanti verso sinistra, una parlata impossibile da capire ma che sgorgava come un’essenza di storie e ricordi da uno strano dialetto ferrarese deformato da troppi anni vissuti a Granarolo dell’Emilia e che pretendeva dal mio volto cenni di intesa e approvazione anche quando non avevo la più pallida idea di che cosa si stesse componendo, a fatica, nell’eloquio: ricordo trasferimenti dal ferrarese alla “montagna” bolognese (Pianoro), lui ventenne con il padre contadino, e poi le difficoltà a sopravvivere con quel poco che una vita da allevatori di una vacca e un vitello poteva offrire, e allora una discesa epica nelle pianure, a Granarolo, dove il lavoro era altro, fienagioni, orticolture, un po’ di barbabietole, eppure presto il distacco dal padre e l’ingaggio in fabbrica a montare cisterne e la discesa in Irpinia a cercar moglie, e trovarla e farsi accettare con matrimonio meridionale al seguito e da lì la risalita a ca’, nella pianura di Bologna, dove cominciare a costruire la famiglia. Ne ho sapute anche dei suoi fratelli, uno morto, ma che prima aveva sistemato i figli, e l’altro senza un soldo perché scapestrato e donnaiolo, al punto che, pur bravo artigiano, non è mai riuscito a farsi una vera posizione, proprio come quando ti piacciono le donne e il gioco. Abbiamo passato tre giorni in amicizia, come avviene negli ospedali quando ci si scambiano i favori concreti di un quotidiano fatto di pastine in brodo, catarro e pisciate nel pappagallo. Sulle prime sono stato studiato con circospezione, arrivato con i capelli lunghi raccolti nel codino e uno zaino da cui ho estratto un computer portatile. Ma gli ho sorriso e ho gentilmente declinato le mie generalità allungando la mano per un saluto, e lui si è sentito ben visto da me e così ha cominciato a ben vedermi. “Francesco”, mi chiamava alle tre del mattino, “sei sveglio?” e io che mi ero addormentato da poco perché mi ero cacciato nella lettura di Imperfezione del Pievani fino a tardi, finalmente con i miei orari che non facevano a pugni con quelli di mia moglie, biascicavo un “sii.. hai bisogno?” e già sapevo che gli mancava un fazzoletto per raccogliere il catarro di una tosse supefacente, una tosse sontuosa, di una rotondità grassa e sonora come non avevo mai sentito. Oppure voleva che gli vuotassi il pappagallo perché ne aveva ancora da fare e quello era pieno e di infermiere ne aveva già richiamate troppe volte con la peretta dell’allarme. Una persona gentile che voleva aiutarmi a infilare la manica quando, per mettere la camicia, dovevo oltrepassare l’ostacolo della cannula di silicone che mi usciva dal braccio sinistro, dall’interno del gomito, dotata di rubinetto in plastica blu che mi lasciava inevitabilmente un segno sulla pelle quando tenevo il braccio troppo a lungo piegato. La prima volta che si è offerto di farlo ha allungato semplicemente la mano verso la mia camicia con un sorriso buono e lì non c’era nessuna difficoltà a capire quello che voleva dire, tanto che dopo il piccolo servizio le sue parole erano più chiare del solito: “Quando si è in due, è così che si fa, no?, ci si dà una mano…”. Sì, era proprio quello che stavamo facendo in quei quattro giorni, aiutarci a passare le ore su un piano che non aveva nulla a che vedere con lo scambio delle informazioni o addirittura con la realtà delle rappresentazioni: saputo che abito in campagna, si era convinto che io avessi delle piante da frutta e voleva sapere se erano ciliegie o duroni, e mi chiedeva quanto incidevano le spese per gli anticrittogamici o per gli impianti o per i teloni antigrandine sul bilancio di un’azienda familiare contadina, ed era convinto che io mi fossi sposato a Cento, perché gli avevo detto che mia moglie era di Cento e, così come aveva fatto lui e come si faceva senz’altro, anche io sicuramente ero andato a sposarmi nel paese di provenienza della mia signora. Dovevo insistere a negare questi dati? Mi è piaciuto molto di più accettare, ad un certo punto, questa sua versione di me stesso, questa immagine stravolta della mia vita, una versione che manifestava, grazie a dio, un’altra possibilità, un’alternativa a quel che è stato ed è. E gli era piaciuta mia figlia quando mi era venuta a trovare e restava sbalordito dal fatto che avesse deciso di andare a vivere e a lavorare sulle montagne bolognesi, però quelle un po’ più in su di Pianoro. Aveva visto sia mia moglie che mia figlia in visita e ripeteva che quelle erano le nostre donne (anche lui aveva una figlia che veniva regolarmente durante gli orari di visita) e che quelle erano le persone che contano e che quindi proteggiamo, naturalmente. Poi c’erano i suoi scherzi con le infermiere, delicati per la verità, ma pur sempre sulle tracce di quei comportamenti un po’ sbarazzini e sfacciati, galanti e sinuosi, che riemergono con tanta forza nei vecchi, e soprattutto in ospedale dove ci si sente e si è indifesi sotto le manovre degli addetti, ma quando è chiaro che le ragazze staranno al gioco con le loro battute da copione perché non hanno di che preoccuparsi, perché il gioco è in qualche modo inevitabile quando con le loro mani talvolta decisamente giovani e fresche ti girano e ti rigirano e ti lavano e ti vestono e ti svestono e ti fanno la barba e ti imboccano se ne hai bisogno o ti sistemano la padella sotto il culo. Noi siamo stati depilati, nella stessa occasione, da una giovane infermiera con la quale il mio compagno ha intrattenuto brevi scambi a proposito dell’inoffensività del suo pisello (“mica come quando ero ragazzo, eh..? Allora sì che non stava mai fermo…” e lei “eh certo … per fortuna … ci mancherebbe altro…”). Tutto qui, ma è un intero mondo declinato secondo una sceneggiatura dove i ruoli si scambiano e si intrecciano e tutti sanno la parte che spetta loro e fino a che punto ci si può spingere per giocare a negare la vecchiaia, la malattia, la morte. Un’amicizia tipica da camera d’ospedale che ci ha fatto vivere la vita, non la malattia; e la dolcezza vera, un po’ professionale ma acquisita, delle infermiere, e dell’infermiere maschio anche, l’unico, ha costruito intorno a questa vita vissuta e circoscritta una cornice che varrebbe la pena definire deliziosa, sorrisi, chiamate per nome proprio, un bel “Buongiorno!!” alle 7 del mattino, pressione, elettrocardiogramma, temperatura, pastiglie, prelievo, colazione e pranzo, letto rifatto, cambio dell’aria e un bel “torno più tardi..” che ricuce i tempi tra un’occasione e l’altra, tra un’uscita e un rientro, tra una visita del medico e un passaggio dell’inserviente delle pulizie.

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